cenni storici

San Pier d'Isonzo

I tre paesi che attualmente sono compresi nel territorio comunale di San Pier d'Isonzo sono solo una parte di un sistema di abitati molto più vasto che ha avuto per un lungo tempo, e soprattutto dal punto di vista ecclesiastico, San Pier quale suo centro.
Il nome dell'abitato di San Pietro appare per la prima volta in un documento patriarcale del 1247. Da questa testimonianza apprendiamo che la sua Pieve doveva pagare come tassa al Patriarca, autorità religiosa ma anche feudatario imperiale, 13 marche. Di per sé questa non rappresentava una cifra elevatissima, ma se si tiene conto che in quello stesso momento le altre due pievi esistenti nel Monfalconese, San Canciano e la Marcelliana, pagavano rispettivamente 3 e 4 marche, vediamo come alla metà del duecento la Pieve di San Pietro era la più grande e la più ricca tra quelle della zona. La storia di San Pier si intreccia necessariamente con quella della sua Pieve, il cui beneficio, ossia il complesso di rendite che le pertinevano, era uno dei più importanti e ambiti della zona, ed era frequente la nomina da parte del Patriarca di Pievani di origine nobiliare che spesso provenivano anche da terre lontane.
Probabilmente la Pieve esisteva già intorno al Mille ed il paese, per essere sede di un'istituzione così importante, poteva vantare già allora antiche tradizioni. La stessa dedicazione a San Pietro, il cui discepolo San Marco viene ricordato quale tradizionale evangelizzatore di queste terre, ci fa andare molto lontano nel tempo, forse anche alle prime presenze cristiane nella campagna aquileiese. Però, mentre abbiamo diverse testimonianze archeologiche della presenza umana in età romana, non altrettanto si può dire dell'alto medioevo.
Possiamo riconoscere un area medievale nel sito dell'attuale parrocchiale ed in particolare nella Centa che in parte ancora la circonda. Questa era una struttura difensiva che formava quasi un piccolo castello, eretto per la protezione della chiesa e degli abitanti delle campagne circostanti, forse nel periodo delle scorrerie degli ungari (X secolo).
Un nucleo abitativo antico è senza dubbio il cosiddetto "Borgo" di via Sauro, una struttura formata da abitazioni che si raccolgono intorno ad un cortile chiuso, che già nel nome probabilmente indica una presenza abitativa che si differenziava dalla campagna circostante. A non molta distanza dal Borgo verso l'Isonzo è probabile esistesse un altra chiesa, da cui forse proviene la statua di San Pietro che attualmente è posta sopra l'ingresso del campanile. Questa chiesa sarebbe stata spazzata via dall'alluvione che nel 1490 distrusse pure due paesi e altre chiese lungo l'Isonzo tra San Pietro e Turriaco.
Prima di questa alluvione, la Pieve di San Pietro esercitava la propria giurisdizione su ben dodici ville, di cui una, Villesse, posta sull'altra sponda dell'Isonzo. L'origine di questo antico legame tra i due paesi è stata spesso cercata in un diverso corso dell'Isonzo, che secondo alcuni scorreva a oriente di San Pier, secondo altri addirittura a occidente di Villesse, creando, in un modo o nell'altro, una situazione di contiguità territoriale che sarebbe durata proprio fino all'alluvione del 1490. Invece è più verosimile che il legame fosse dato dai traghetti che permettevano di attraversare proprio a San Pietro e a Csegliano l'Isonzo. Questi guadi, chiamati anche "passi della barca", costituivano un passaggio obbligato vista la mancanza di ponti nella zona, e rappresentavano una delle principali ragioni d'importanza del paese, che altrimenti avrebbe avuto una vita non molto diversa da quella dei vari borghi contadini della pianura isontina. In particolare il traghetto di Cassegliano arriverà col tempo ad avere una notevole importanza, e già nel tardo medioevo c'è notizia di veri e propri scontri tra nobili per ottenerne il controllo.
Il pese seguì tra quattro e cinquecento il destino delle terre del Friuli Orientale, contese dopo la caduta dello Stato Patriarcale (1420) e l'estinzione dei Conti di Gorizia-Tirolo (1500) da Repubblica Veneta e Casa degli Asburgo, in un susseguirsi di guerre che si conclusero appena nei primi anni del Seicento. Monfalcone e il suo territorio si trovarono alla fine sotto il dominio veneto, formando un'enclave circondata da terre arciducali. San Pietro passò quindi alla Repubblica veneta con quasi tutto il territorio della Pieve. Ma Villesse, assieme ad altri paesi della sponda destra dell'Isonzo, divenne dominio asburgico. I Pievani cercarono in ogni modo di trattenere sotto la loro giurisdizione il ricco beneficio di Villesse. Secondo la legge asburgica infatti non vi potevano essere benefici parrocchiali goduti da sacerdoti residenti in uno stato estero, così per un lungo periodo i Pievani di San Pietro furono costretti a risiedere quasi stabilmente nel paese della destra Isonzo, creando spesso malumori tra la popolazione.
La situazione venne ulteriormente a complicarsi dopo la soppressione del Patriarcato (1751) e la sua divisione delle diocesi di Udine e Gorizia, perché San Pietro, come tutto il territorio veneto, venne assegnata a Udine, mentre Villese, arciducale, a Gorizia. La soluzione venne trovata elevando Villesse a Parrocchia autonoma nel 1784.
A Cassegliano la presenza almeno dal quattrocento dei Conti Sbruglio, feudatari del passo della barca e monopolisti della navigazione nel basso Isonzo, portò il paese a svilupparsi soprattutto intorno alla villa e alle attività ad essa collegate. L'importanza poi del traghetto aumentò notevolmente nel corso del settecento, quando questo rappresentava un passaggio obbligato dalla pianura friulana a Trieste, che dopo la creazione del porto franco (1719) assunse una sempre maggiore rilevanza commerciale. Dopo la caduta della Repubblica Veneta e il periodo di occupazione napoleonica, San Piero con tutto il Monfalconese entrò a far parte della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, territorio della Monarchia asburgica. Nonostante San Piero non fosse un centro particolarmente grande, nel 1815 venne scelto dalle autorità imperiali come sede di Comune, ossia di un'unità amministrativa di carattere essenzialmente censuario. Nell'ex-Territorio di Monfalcone vennero elevati a questa dignità solo Monfalcone e San Pietro, nella cui giurisdizione furono posti gli abitati compresi nelle due parrocchie di San Pietro e San Canciano. Non dimentichiamo che l'Austria all'epoca tendeva a fare in modo che le circoscrizioni civili corrispondessero con quelle ecclesiastiche, e l'importanza della Pieve di San Pietro certamente favorì questa scelta. Questa situazione durò fino alla metà del secolo scorso, quando altri paesi chiesero e ottennero la loro elevazione a Comuni. Nel corso dell'Ottocento anche molte succursali della Pieve si staccarono divenendo indipendenti, così anche dal punto di vista ecclesiastico il paese perse progressivamente gran parte della propria centralità.
La costruzione del ponte sull'Isonzo di Sagrado (1845) rese sempre meno importante il traghetto di Cassegliano, fino a farlo scomparire. Ci fu chi sperò nel passaggio della ferrovia, ma fu scelto un altro tracciato. Così, con lo spostarsi delle principali vie di comunicazione, si allontanarono anche molte possibilità di crescita economica e demografica del paese.
L'entrata in guerra dell'Italia contro l'Austria nel 1915 portò San Piero a trovarsi nelle immediate retrovie del fronte. La guerra lascerà una grande traccia nell'abitato e nella sua gente. La distruzione di molti edifici, in particolare del campanile, la presenza delle truppe d'occupazione, i giovani morti nelle fila dell'esercito austro-ungarico, sono solo alcuni dei tanti ricordi che tuttora vivono tra la popolazione.
Nel territorio comunale di San Pier, sul Colle di Sant'Elia, venne costruito subito dopo la guerra il primo grande cimitero militare che ospitava le salme di 30000 soldati, poi sostituito dall'attuale Sacrario di Redipuglia. Si trattava di una struttura di grande impatto emotivo, una celebrazione del dolore prima che dell'eroismo. Ancora oggi alcuni si ricordano della luce del faro rosso che sormontava la Cappella posta sulla cima del colle.
Negli ultimi anni le vicende del paese hanno seguito quelle della zona ed in particolare di Monfalcone. Segnalerei l'importanza fondamentale che ha avuto in quest'ultimo secolo il Cantiere e il suo indotto, segno di una società che sempre più si allontana dal mondo agricolo verso altre attività produttive, distacco che si evidenzia non solo nel dato economico. Infatti la vicinanza con un centro industriale ha portato anche nelle nostre campagne un cambiamento notevole di modi di vita e di mentalità, che hanno in qualche modo rivoluzionato il procedere stesso del tempo.

La Chiesa parrocchiale

foto storica della chiesa L'importanza della Pieve di San Pietro si rispecchia nella grandezza e imponenza della sua Chiesa Parrocchiale. L'edifico attuale è settecentesco, ma altre chiese in passato si sono fregiate del suo titolo. Si ipotizza inoltre che prima dell'alluvione del 1490, in cui andò distrutta una chiesa, ne esistessero due nel paese, una posta tra il Borgo e l'Isonzo e una nel sito dell'attuale.
La statua di San Pietro, che oggi è collocata sopra l'ingresso del campanile, proviene probabilmente dalla Chiesa che sorgeva non lontano dal corso dell'Isonzo e che forse era l'antica Parrocchiale distrutta nel 1490. Purtroppo la testa originale della statua andò perduta nel crollo del campanile durante la prima guerra mondiale. Senza un elemento iconografico così importante è difficile ipotizzare una datazione sicura, ma è probabile che questa statua risalga al XIII o al più tardi all'inizio del XIV secolo.
Anche la chiesa che sorgeva sul luogo dell'attuale Parrocchiale era di edificazione medievale, ed era circondata dalla struttura difensiva della Centa, risalente forse al X secolo, che tuttora è in parte visibile. Probabilmente il luogo ove oggi sorge il campanile era anticamente occupato dalla torre portaia della Centa.
Di questa chiesa sono rimaste visibili solo alcune lapidi tombali sparse tra interno ed esterno dell'edificio attuale. In particolare, verso la metà del pavimento della navata, si trova la lapide posta nel 1552 da un certo "Zuan Domenico Trevissan" di "Re de Puia", che doveva coprire un sepolcro, fatto forse per una confraternita.
L'edificio doveva risultare ormai cadente e inadeguato quando, nel 1738, mentre era pievano Don Ortensio Baralli, si decise di iniziare i lavori per la costruzione di un nuova chiesa più ampia e che meglio onorasse l'importante parrocchia di San Pietro. Ad erigerla furono chiamate maestranze udinesi, di cui si ricordano i nomi dei capimastro Maurizio e Giacomo Baroffi.
I lavori si protrassero a lungo, e solo nel 1767 il nuovo tempio venne inaugurato con la solenne cerimonia di dedicazione, alla presenza dell'Arcivescovo di Udine Girolamo Gardenigo. A ricordo dell'evento venne lasciata un'iscrizione dipinta sopra il portale interno. Ora l'originale è nascosta dall'organo, ma alcuni anni fa è stata collocata, accanto all'ingresso principale, una targa in marmo che riproduce quell'iscrizione. Il campanile venne portato a termine una decina d'anni dopo. Per la sua maestosità e altezza non tardò a divenire il simbolo del paese.
Il Pievano che completò il complesso fu Don Antonino dei Conti Antonini di Udine. Questi molto operò per arricchire di opere d'arte la nuova Chiesa, spesso offrendole lui stesso con grande generosità. Alla sua morte volle essere sepolto all'interno della Chiesa, e tuttora si può vedere la sua tomba al centro del Presbiterio. Questo sacerdote, ricordato anche per le sua grande prodigalità verso i poveri, viene ancora ricordato a San Pier da alcuni rintocchi di campana a mezzogiorno.
La Parrocchiale soffrì molto durante la prima guerra mondiale. Colpita più volte da granate austriache, che cercavano di abbattere l'alto campanile, riportò gravi danni che nel corso del 1917 il Genio militare italiano cercò di riparare. I lavori pur nella loro precarietà permisero di riaprire al culto l'edificio il 5 agosto del 1917 con una solenne cerimonia alla presenza del Duca d'Aosta. A ricordo venna lasciata la lunga iscrizione che campeggia sulla parete sinistra dell'aula. Purtroppo durante la guerra si persero le tele settecentesche che adornavano gli altari.
Nel dopoguerra si dovette intervenire più volte per risistemare la Chiesa e per riportarla all'antico splendore. Vennero così aqcuistate nuove statue da porre sugli altari in sostituzione delle tele perdute, si rifece l'organo, e venne realizzato sulla volta della navata il dipinto raffigurante la Gloria di San Pietro. Anche il campanile, uno dei simboli del paese, abbattuto nel 1916, venne ricostruito tra il 1924 e il 1926.
Dei successivi lavori, oltre al grande restauro realizzato nel 1980, credo meriti un cenno la posa, nel 1976, del nuovo altare conciliare di marmo realizzato per adeguare la Chiesa alle nuove esigenze liturgiche emerse in seguito al Vaticano II.
Ivan Portelli

San Zanut

chiesetta di San ZanutTra le località attualmente comprese nel territorio comunale, San Zanut è sempre stata per numero di abitanti la più piccola, ma anch'essa, al pari delle altre, può vantare tradizioni molto antiche.
San Giovanni Battista, titolare della piccola ma preziosa chiesetta, dà il nome al paese. "San Zanut" è un toponimo di chiara origine friulana, e quindi probabilmente precedente alla dominazione veneta. Si tratta inoltre di un diminutivo (San Giovannino) probabilmente per distinguerlo da un altro San Giovanni più grande, come poteva essere la chiesa di San Giovanni Evangelista che a quanto si ipotizza sorgeva tra Turriaco e Cassegliano.
La dedicazione di una chiesetta posta in aperta campagna a questo santo è un fatto piuttosto strano: infatti il culto del Battista lo si incontra di norma in chiese dotate di battistero - e non è questo il caso - oppure in luoghi minacciati dalle acque.
Forse l'origine di questa devozione sta proprio nel pericolo rappresentato dalle esondazioni dell'Isonzo, che riusciva ad essere pericoloso quando cercava di riappropriarsi di un antico alveo che, in epoche molto antiche, correva a non poca distanza dalle pendici carsiche.
Una prova che testimonia questo pericolo è indubbiamente il ritrovamento a non molta distanza dalla Chiesetta di un'aretta votiva di età imperiale dedicata al Dio Isonzo, che aveva probabilmente la funzione di proteggere il luogo dalle esondazioni del fiume. Sembra comunque difficile che l'Isonzo scorresse stabilmente in quel vecchio alveo - anche perchè nei pressi dell'aretta è stato rinvenuto anche un pozzo coevo - ma è probabile che gli abitanti della zona ne avvertissero la presenza minacciosa. Il ritrovamento di molti altri reperti conferma poi l'ipotesi che il luogo fosse stabilmente abitato già in epoca romana.
La posizione del paese oggi è marginale rispetto alle vie di comunicazione di maggior traffico, ma fino all'inizio del secolo era quasi un passaggio obbligato: ancor oggi si vede, accanto alla Chiesa, l'incrocio tra la strada che da San Pier conduceva verso Monfalcone e quella che portava dal Passo della Barca di Cassegliano a Ronchi.
Scarse sono le notizie relative alla costruzione della Chiesa. Le possiamo ricavare quasi solo dall'osservazione e dall'analisi dell'edificio e dalla presenza di dipinti secenteschi di un certo pregio.
Durante la prima guerra mondiale nel campo davanti alla chiesa trovava posto un'hangar per dirigibili, all'epoca utilizzati come moderni mezzi per spiare il nemico. Come le altre chiese della parrocchia, e come molte del Territorio, la chiesa subì gravi danni durante il periodo bellico.
La guerra ha però lasciato di sè anche un'altra traccia. L'altare, di cui oggi vediamo solo la parte inferiore, aveva un alzato con una pala, oggi scompara. La vicenda di questa tela viene ricordata da Don Falzari nelle sue Memorie parrocchiali:
"In occasione della riconciliazione della Chiesa di S. Zanut, venne in luce anche la questione della pala d'altare di detta Chiesa. Io avevo di già fatto parola nel gennaio del 1924 a Moratto ed egli aveva in data 10/1/1924 mandato una lettera nella quale diceva che verso la fine dell'agosto 1920 aveva trovato nella chiesa di S. Pietro la pala d'altare "cenciata e pigiata in un cantuccio". Egli quale consulente artistico presso il Com[issariato] gen[erale] civ[ile] di Trieste prese in custodia detta pala rilasciando ricevuta al parroco. In data 1 sett. comunicava un tanto all' Ufficio Belle arti ed in data 11 sett. il museo arch. di Aquileia per incarico dell'Ufficio Belle arti ritirava la pala. Dopo varie richieste all'ufficio ed al museo riceveva comunicazione il 13.6.1921 che il quadro è stato preso in considerazione e verrà restaurato, mantenendo le sue vecchie dimensioni. In base a tali informazioni io andai a Trieste all'Ufficio Belle arti ed il 5.1.1925 ebbi assicurazione dal medesimo che la pala depositata presso il Museo di Aquileia sarà restaurata tra breve e poi restituita alla Chiesa di S. Zanut. Contemporaneamente comunica di fare un sopraluogo nella chiesa per vedere le pitture murali e provvedere a loro salvaguardia. Non rivestendo peraltro detto lavoro carattere d'urgenza, nè i pochi resti di pittura uno specifico pregio d'arte, il restauro dovrà essere subordinato ad altre esigenze più impellenti... E pensare che Moratto li aveva segnati quali tesori d'arte... ed io come degni d'essere coperti con una mano di bianco. Ma Morassi dell'Ufficio Belle arti era d'altra opinione; l'avevo provato nella Chiesa di S. Lorenzo di Fiumicello, dove non degnò di considerare affreschi del 500... perchè trovati da noi.
La pala rinomata però non so dove sia andata a finirla, perchè quella pittura che dall'Ufficio Belle Arti fu asconseganta per restauro all'amico di Moratto Sergio Sergi di Gradisca, non è certo una pala di altare bensì un affresco murale rappresentante una parte della scena della strage degli Innocenti. Quand'io ebbi l'autorizzazione di andarla a prendere a Gradisca presso il notaio Dr. Mosettig, dove stava il Sergi, ma che era già partito per l'America, dissi chiaramente che quella non poteva essere la pala di S. Zanut ma un affresco levato dal muro di qualche chiesa. E Mosettig mi affermò ch'era proprio così, ma lui era d'opinione che fosse stato di S. Zanut. V'era lì anche un altro affresco raffigurante la visita della Vergine a S. Elisabetta (che si trova ora in una parete della chiesa dell'Addolorata di Gradisca). - Io che avevo avuto in mano la pala di cui parlava Moratto nella suindicata lettera, e che si trovava nell'andito del pulpito tutta in fracasso ed irriconoscibile (ciò era nel 1919) non potei persuadermi. Ma Moratto era anche andato via, ad Aquileia dicevano di aver consegnato a Sergio Sergi e così abbiamo a S. Zanut una parte di un affresco su una tela mentre prima non v'era mai stato. Buono anche quello!"
Non avendo di meglio, Pre Tita lo sistemò sopra l'altare. Attualmente questo brano di affresco è visibile sulla parete sinistra della Chiesa.
Ivan Portelli

Cassegliano

Il nome Cassegliano fa pensare ad una origine romana. Infatti i nomi di località terminanti in –ano di solito sono riconducibili al nome del proprietario di epoca romana del podere ove poi si svilupperà l’abitato. Nel nostro caso è ipotizzabile la presenza della famiglia dei Cassi, che avrebbero quindi posseduto un podere poi indicato come Cassellius o Cassilius, da cui il nome moderno Cassegliano.
Anche le testimonianze più antiche rinvenute nella località rimandano all’epoca romana. Diversi sono stati i rinvenimenti di materiale archeologico nell’area dell’odierno abitato e nella campagna circostante. In superficie si possono ancora oggi vedere in diversi luoghi monete e frammenti di cocci; nel 1930 è stato pure rinvenuto un sarcofago di grandi dimensioni, che purtroppo ora è scomparso.
Sul muro esterno della Chiesa del paese, sul lato che costeggia la strada, è inglobato un frammento lapideo di un recinto sepolcrale di età imperiale. Le lettere INFR, che si possono tuttora leggere, fanno parte di un’iscrizione più lunga. Secondo l’uso dell’epoca sul recinto di una tomba di famiglia veniva posta un’iscrizione per indicarne le dimensioni. Il frammento conservato indica che “in fr(onte)”, ossia sul lato lungo la strada, il recinto era lungo un tanto. Purtroppo non abbiamo il resto dell’iscrizione e non possiamo neppure sapere se questa pietra è stata rinvenuta sul luogo o vi è stata portata, ma probabilmente non dovrebbe venire da lontano, se, come ho già detto, è stata rinvenuta un’area sepolcrale nelle vicinanze del paese.
Attualmente nel paese vi è una sola chiesa, da sempre dipendente dalla Pieve di San Pietro. In passato non era così. Sembra infatti che oltre alla chiesa attuale ci fossero altre due, sempre dipendenti dal parroco di San Pietro, spazzate via dalla disastrosa alluvione del 1492. Una, dedicata a S. Giovanni (forse l’Evangelista), era ubicata tra Cassegliano e Turriaco, non lontano dall’area attualmente chiamata Boseano, un’altra, dedicata al Ss. Salvatore, sorgeva nei pressi di Villa Sbruglio-Prandi. Di queste non restano che poche testimonianze in alcuni documenti.
L’aspetto della chiesa attuale, dedicata a San Silvestro, è il risultato di una lunga serie di interventi. La piccola traccia di un affresco tardomedievale conservata in un angolo della navata lascia presumere che almeno parte della struttura sia precedente al XIV secolo. L’altare maggiore, con una tela settecentesca raffigurante il transito di S. Giuseppe proviene dalla chiesa di San Polo di Monfalcone, ed è stato acquistato nel 1811. Durante la prima guerra mondiale un soldato dipinse delle tempere sul presbiterio, in seguito cancellate. Questo soldato in seguito diventerà un affermato pittore, autore tra l’altro della decorazione pittorica del Santuario della B.V. di Pompei.
Ivan Portelli

Il passo della barca

L’importanza del paese di Cassegliano è indissolubilmente legata all’Isonzo e soprattutto al guado, che in passato era uno dei passaggi più frequentati per superare il fiume. Fino alla costruzione nel 1845 del ponte di Sagrado, per oltrepassare l’Isonzo era necessario utilizzare delle imbarcazioni. Per traghettare i viandanti da una sponda all’altra erano utilizzate delle zattere, da cui il nome di “barcate” che in una mappa ottocentesca indica l’area prospiciente al fiume, dove trovavano posto le imbarcazioni. Il servizio di traghetto è stato attivo fino i primi anni del nsotro secolo.
Il diritto a riscuotere il dazio che i viandanti dovevano pagare per servirsi del traghetto che collegava le due sponde era stato spesso oggetto di contesa tra nobili friulani. Già da prima del Quattrocento, e fino alla metà del secolo scorso, godevano di questo privilegio gli udinesi Conti Sbruglio, che inoltre detenevano il monopolio, concesso loro dalla Repubblica veneta, della navigazione su tutto l’ultimo tratto del fiume che grossomodo dal quattrocento alla fine del settecento, segnava il confine tra le terre della Rpubblica Veneta, sotto il cui dominio era Cassegliano, e quelle arciducali.
Durante le guerre gradiscane (1615-1617) nei pressi del Passo di Cassegliano fu costruito un ponte ed un fortilizio, di cui oggi non restano tracce visibili. La fortificazione doveva essere eretta nei pressi di Casa Tolar. Questa è una delle costruzioni più antiche del paese. Si tratta probabilmente una casa-forte, eretta, forse già nel tardo medioevo, per ospitare e difendere la popolazione del paese da incursioni nemiche o dalla furia del fiume.
Il Passo di Cassegliano raggiunse la sua massima importanza tra Sette e Ottocento, quando rappresentava il passaggio obbligato tra il Friuli centrale e la città di Trieste, che andava assumendo un ruolo commerciale sempre più importante, in seguito alla creazione del Porto Franco (1719).
Nel seconda metà del Settecento la Serenissima fece migliorare i deboli argini del fiume, con un’opera ricordata dall’alto cippo (veneto e non napoleonico come viene comunemente chiamato) che tuttora si può vedere lungo la strada che dalla Villa Sbruglio-Prandi conduce all’Isonzo. In questo periodo fu anche sistemato il Capitello votivo, posto a protezione del Passo ed eretto sulla strada a poca distanza dal guado vero e proprio.
Ivan Portelli

Il Capitello mariano

Secondo una antica tradizione immagini sacre erano spesso poste lungo le strade a protezione dei viandanti. A Cassegliano in particolare un capitello era stato collocato nei pressi del Passo della Barca.
Vi è dipinta un’immagine della Madonna attorniata da due oranti. L’affresco, che qualcuno vuole della mano del Paroli, ora è finalmente ritornato chiaramente leggibile grazie ad un accurato restauro. Con più chiarezza si possono ora vedere le immagini che si andavano orami perdendo, ed in particolare dopo la pulitura è emerso sullo sfondo il particolare di una chiesetta a mezza costa di un monte che forse è la Chiesa della B.V. del Soccorso sul Monte Quarin.
Ivan Portelli

La Villa Sbruglio-Prandi

foto storica della Villa Sbruglio-Prandi I Conti Sbruglio detenevano a Cassegliano una grossa proprietà cresciuta intorno al Passo della Barca. Già all’inizio del Seicento gran parte del paese e della campagna era di loro proprietà. Centro dei loro possedimenti erano le strutture che avevano costruito sulla strada che portava all’imbarcadero. Vi era una casa padronale, case per i contadini che lavoravano nella tenuta padronale e un edificio che doveva ospitare un’osteria per i viandanti.
Ma Cassegliano non era la proprietà principale degli Sbruglio, che non si premurarono di erigervi una vera e propria Villa se non molto tardi. Infatti solo verso la metà dell’ottocento infatti essi trasformarono la vecchia casa padronale in un’ampia Villa di campagna, che rispecchia, forse con un po’ di ritardo, i modelli neoclassici in auge all’inizio del secolo scorso. I lavori vennero ultimati nel 1854. La facciata era arricchita da un imponente pronao con quattro colonne ioniche, mentre il cortile interno delimitato da due eleganti barchesse con dei porticati.
Si può ben dire che il complesso di Villa Sbruglio, con le sue adiacenze, sia il monumento di maggior rilievo architettonico e paesaggistico di Cassegliano, se non dell’intero Comune.
La famiglia Sbruglio vendette la proprietà nel 1876, quando ormai il Passo della barca aveva perso la sua importanza. Dopo alcuni passaggi venne acquistata dal Conte Giacomo Prandi Nobile d’Ulmhort. La famiglia Prandi nel 1885 si trasferisce definitivamente da Trieste a Cassegliano. Tra i suoi componenti merita ricordare il Conte Gino Prandi che aveva ricoperto all’inizio del novecento la carica di Podestà di San Pier d’Isonzo ed era stato eletto deputato alla Dieta Provinciale di Gorizia come rappresentante dei possidenti terrieri. A causa del suo lealismo verso l’Impero d’Austria venne perseguitato dalle autorità italiane dopo la fine della grande guerra.
Durante la prima guerra mondiale la Villa, come molte altre residenze nobiliari della zona, ospitò un comando militare. Fu così che per circa due anni divenne la sede operativa del Comando del XXIII Corpo d’Armata, il cui Comandante era il Gen. Armando Diaz, che dopo la disfatta di Caporetto assunse il Comando dell’Esercito italiano.
Il 29 aprile del 1938 purtroppo la villa venne parzialmente distrutta da un disastroso incendio, che ne lasciò intatte solo alcune parti murarie. Nel riportare la notizia dell’incendio, un’anonimo redatore del settimanale cattolico di Gorizia “L’Idea del Popolo” (probabilmente si tratta di Don Falzari), scrive che la villa “era un gioello d’arte architettonica. Il suo pronao in stile dorico, con la grandiosa scalinata, le dava un’imponenza unica. Il salone dei ricevimenti, i salotti tapezzati di damaschi e seterie, i mobili di stile impero, la sua grande e preziosa biblioteca, i famosi lampadari, quadri ed altri arredi ne facevano una residenza magnifica”.
Ora grazie alla sensibilità degli attuali proprietari è stato condotto un lungo e meticoloso restauro che ha in parte risistemato il pregevole edificio. Lo splendido spazio del cortile interno abbellito dai colonnati delle due barchesse ora è spesso sede di manifestazioni musicali e culturali. Indubbiamente è uno degli spazi più belli che ci sono nel Monfalconese.
Ivan Portelli